L’autorazzismo culturale dei napoletani

Autorazzismo culturale dei napoletani

C’è una scena che mi è rimasta dentro come una scheggia.

 Vienna, 13 maggio. Sal Da Vinci si siede al pianoforte e canta le canzoni della sua città. Quelle canzoni che il mondo conosce a memoria, che Pavarotti ha portato nei teatri più importanti del pianeta, che un bambino a Tokyo o a Buenos Aires   sa fischiettare senza capirne le parole. ‘O sole mio. Torna a Surriento. Reginella.
Patrimonio dell’umanità, letteralmente.

E mentre lui, sotto i riflettori d’Europa, difende la nostra identità a colpi di accordi, in Italia qualcuno — italiano e perfino napoletano — trova il tempo di sminuirlo con un’espressione: pizza e mandolino.

Fermiamoci un attimo.  Perché qui c’è un cortocircuito che vale tutto il discorso.

Pizza e mandolino usati come insulto. 

La pizza è il piatto italiano più conosciuto al mondo.  La cucina italiana è stata appena incoronata la migliore del pianeta.   Il mandolino è lo strumento di una tradizione che ha conquistato cinque continenti. E noi — noi napoletani, che di quei due simboli siamo gli inventori — li trattiamo come una vergogna da nascondere sotto al tappeto.

I francesi non rinnegano la baguette.  I giapponesi non rinnegano il sushi.  Gli argentini non rinnegano il tango.

Noi invece i due simboli che ci rendono immortali li usiamo come parolaccia. E quando uno dei nostri li difende, troviamo persino il modo di metterlo in difficoltà a casa sua.

Questo fenomeno ha un nome: autorazzismo culturale.   E ne siamo malati da troppo tempo.

I paragoni che fanno male

Provo a metterli in fila, perché un ragionamento generico non basta. Servono esempi concreti, di quelli che fanno male a leggere uno dopo l’altro.

Il Re Sole e i Borbone. In Francia, l’epoca di Luigi XIV è raccontata come una stagione di splendore assoluto, di grandeur, di costruzione identitaria. Ancora oggi muove turismo, libri, cinema, serie televisive da centinaia di milioni di spettatori. Da noi il periodo borbonico — che ha dato all’Italia i primi treni , il primo telegrafo, la prima illuminazione a gas dell’Europa continentale, il primo osservatorio vulcanologico , il primo grande cantiere navale del Mediterraneo  — è raccontato come una stagione di oscurantismo. Stessa categoria storica, due narrazioni opposte. Perché?

La Scala e il San Carlo. La Prima della Scala va in eurovisione, su Rai 1, in prima serata, con commento istituzionale. La Prima del Teatro di San Carlo — il più antico teatro lirico al mondo ancora in attività, costruito quarantun anni prima della Scala — va, quando va bene, su un canale regionale. Stesso rango artistico, due trattamenti incomparabili. Perché?

Versailles e Caserta. Versailles è grande circa la metà della Reggia di Caserta. Eppure muove l’economia di un’intera città: alberghi, ristoranti, indotto, una filiera turistica che genera lavoro vero.  Caserta resta una cittadella isolata dove il turista arriva la mattina, fa la foto al cannocchiale prospettico, e riparte la sera senza aver lasciato un euro in città.  Stesso patrimonio, due modelli economici opposti. Perché?

Gioconda e Cristo Velato

La Gioconda e il Cristo Velato. Al Louvre, la Gioconda è una fra migliaia di capolavori. Eppure è stata costruita come icona globale: ha la sua sala dedicata, la sua coda di tre ore, il suo merchandising, la sua mitologia. Il Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino — un’opera tecnicamente unica al mondo, una virtuosità marmorea che non ha eguali sul pianeta — è conosciuto soprattutto in Italia. Fuori dai confini, nemmeno lontanamente al livello che meriterebbe. Perché?

La canzone napoletana. È, oggettivamente, una delle musiche più riconoscibili e amate del pianeta. Eppure in Italia non esiste un festival di rilievo nazionale, una rassegna strutturata, una piattaforma stabile che la valorizzi per quello che è: un’esportazione mondiale. E quando un artista come Sal Da Vinci la porta sui palchi internazionali, qualcuno qui da noi trova il modo di sminuirla. Perché?

Sirenetta e Partenope

Partenope e la Sirenetta. A Copenhagen, una favola letteraria inventata da Andersen nell’Ottocento è diventata una statua di bronzo che oggi è uno dei simboli turistici più fotografati d’Europa.  A Napoli, della sirena Partenope — il mito fondativo, da cui Napoli prende letteralmente il nome — non esiste un monumento riconoscibile, fotografato, vendibile. Una favola inventata diventa una star mondiale; un mito millenario non trova nemmeno il suo selfie point. Perché?

Il mare. Abbiamo una delle coste più belle del Mediterraneo. La nostra identità è figlia del mare. La nostra parola stessa di benvenuto — Partenope — viene dal mare. Eppure non sappiamo dove andare a fare un bagno decente, l’acqua dichiarata balneabile è una percentuale risibile della costa, i posti barca non esistono o si tramandano di generazione in generazione come fossero feudi privati.  Tutta la manualistica del turismo lo ripete: ogni posto barca per yacht genera sette posti di lavoro. Sette. La risorsa più grande, la meno valorizzata. Anzi: trattata come un nemico. Perché?

La verità scomoda (e siamo noi)

Potrei dare la colpa, come fanno in tanti, a “Roma”, al “Nord”, al governo di turno. Sarebbe comodo, e in parte non sarebbe nemmeno sbagliato. Ma sarebbe parziale. Anzi: sarebbe vile.

La verità più scomoda è che il problema è anche, e forse soprattutto, nostro. Il problema siamo noi.  Anzi: lo creiamo noi, ogni giorno, con le nostre mani.

Manca il sistema. Manca la rete. Manca la capacità di pensare a un progetto comune che vada oltre il proprio orticello.  Ogni operatore, ogni istituzione, ogni associazione difende il proprio piccolo recinto e non si accorge che, sommando tutti i recinti, non si costruisce mai una città. Versailles funziona perché Stato, Comune, operatori privati, trasporti, ristorazione e cultura lavorano allo stesso tavolo, con un calendario condiviso e un’unica strategia di marca. Caserta non funziona perché ogni soggetto rema per sé — e spesso rema contro chi ha accanto, pur di non vederlo emergere. 

La Gioconda è un’icona globale perché qualcuno, da decenni, lavora per renderla tale. Il Cristo Velato è poco conosciuto fuori dall’Italia perché manca un piano di comunicazione internazionale strutturato. E quando uno dei nostri — Sal Da Vinci, ma vale per cento altri prima e dopo — porta in alto la bandiera della canzone classica napoletana , invece di sostenerlo a una voce sola troviamo il tempo di discutere se “pizza e mandolino” sia un complimento o un’offesa.

La rissa interna ci consuma più del nemico esterno. Sempre. 

 La lezione del Nord (e di chiunque sappia fare squadra)

Diciamoci la verità, anche se brucia. 

Il Nord Italia — e con lui Milano, Torino, Verona, Bologna — ha imparato una cosa che noi continuiamo a non capire: la coesione di sistema vince sempre sul talento individuale. Sempre. Anche quando dietro quella coesione ci sono interessi non sempre limpidi. Anche quando gli scandali bussano alla porta. Anche di fronte a fatti gravi, da loro la reazione di fondo è una sola: si chiudono a riccio, fanno fronte comune, difendono il territorio, proteggono la marca-città.  Si ricuce e si va avanti. Insieme.

Da noi, basta una pubblicazione su un social per scatenare una guerra civile.  Tra noi. Sui nostri stessi simboli. Davanti a un’opportunità, il primo riflesso non è chiederci come ne approfittiamo tutti insieme, ma come faccio io a non far guadagnare l’altro più di me. È un riflesso così automatico che spesso non ce ne accorgiamo nemmeno.

Non sto dicendo che dobbiamo diventare come loro su tutto. Ci sono atteggiamenti di chiusura, di egoismo territoriale, di sostegno a comportamenti discutibili che francamente lascerei volentieri a chi li pratica. Ma se la domanda è — come si fa a passare dall’essere una città amata nelle cartoline  a una città che decide del proprio destino economico? — la risposta in parte sta lì: fare massa critica anche quando non si è d’accordo su tutto. Difendere il territorio prima della propria fazione. Sostenere chi prova a emergere invece di affossarlo per gelosia.

A noi serve esattamente questo: il campanilismo sano.  Quello che spinge in alto chiunque porti la bandiera di Napoli, senza chiedersi prima a quale chiesa appartenga, a quale partito, a quale cordata. Il campanilismo che fa sistema, non quello che fa risse di vicolo.

Perché finché continueremo a litigare tra noi mentre gli altri fanno mercato sui nostri stessi simboli, il copione resta sempre lo stesso. E noi restiamo sempre nello stesso posto: bravissimi a produrre talento, incapacissimi a monetizzarlo. 

 Il paradosso dei social

E qui si annida il paradosso più grottesco.

Avremmo oggi lo strumento più potente mai inventato per amplificare i nostri primati: i social network. Gratuiti. Planetari. In mano a chiunque abbia uno smartphone.  La leva perfetta per portare la canzone napoletana, la pizza, il Cristo Velato, San Carlo, Caserta, Partenope davanti agli occhi di miliardi di persone, senza chiedere il permesso a nessuno e senza un euro di budget pubblicitario.

E invece cosa scegliamo di amplificare?  Gli influencer maleducati. I tiktoker che fanno della volgarità una cifra estetica. La rissa in diretta, lo stereotipo peggiore, la tradizione travisata per quattro like in più. Mentre dei nostri simboli nobili — quelli che il mondo ci invidia da due secoli — ci vergogniamo, come se nominarli fosse un atto provinciale da nascondere.

Oppure — ed è forse ancora peggio — non condividiamo mai le persone e le associazioni benemerite che ogni giorno lavorano per migliorare lo stato delle cose e per mettere in luce la parte più bella della nostra città.  Quelli silenzio assoluto. Zero like, zero commenti, zero condivisioni. Come se non esistessero.

Nessuna multinazionale al mondo riuscirebbe a costruire da zero un’identità così potente come quella che noi abbiamo in dote, gratis, dalla storia. È nostra. È eterna. È già scolpita nell’immaginario di ogni essere umano sulla terra.

E la stiamo buttando. Un post per volta. 

 La Crociera della Musica come modello

È esattamente per questo che, da diciotto anni, porto avanti la Crociera della Musica, Arte e Cultura Napoletana. Non come prodotto turistico, ma come dimostrazione pratica che un altro modo è possibile. 

La Crociera mette insieme, su una nave che attraversa il Mediterraneo , tutto quello che a Napoli di solito resta separato: la musica napoletana suonata e cantata dal vivo , l’arte raccontata da chi la conosce , la storia spiegata da chi la insegna , le tradizioni gastronomiche , l’identità civica. Coinvolge artisti, professori, formatori, agenzie partner, sponsor, una media partnership con Canale 21 . È una rete che si autodimostra ogni anno: si può fare.

L’edizione 2026 — la diciottesima, dal 28 settembre al 5 ottobre sulla MSC World Europa — vuole compiere il passo successivo: l’internazionalizzazione.  Non aspettare più che il mondo venga a Napoli per scoprirla, ma portare Napoli nel mondo: nei porti del Mediterraneo, sulle navi che parlano tutte le lingue, davanti a passeggeri che tornano a casa con un pezzo della nostra identità nel cuore e nei racconti.

Un piccolo modello, certo. Non risolve da solo il paradosso napoletano. Ma può diventare qualcosa di più: un hub.  Un punto di raccordo permanente dove operatori turistici, artisti, formatori, istituzioni culturali, media, scuole e sponsor trovino un terreno comune, un calendario condiviso, un’identità da costruire insieme.

Perché in tutto questo sciupare opportunità non c’è alcuna logica — non storica, non economica, non culturale. C’è soltanto l’abitudine alla frammentazione.

E le abitudini, anche le più radicate, si possono cambiare. Se lo decidiamo. 

 Avimm’a vuttà ‘e mmane

Scrivo questo articolo non per recriminare, ma per chiamare a raccolta

A chi fa il mio mestiere. A chi lavora nella cultura. A chi amministra. A chi comunica. A chi sui social ha una voce, anche piccola: smettiamo di pensare ognuno al proprio orticello, e smettiamo di vergognarci di ciò che il mondo ci invidia.

Difendiamo Sal Da Vinci e chiunque porti in giro la nostra musica.  Difendiamo la pizza , il mandolino , la lirica napoletana , il Cristo Velato , San Carlo , Caserta , Partenope , la sfogliatella , il babà , il nostro mare.

Difendiamoli tutti, perché difendere i nostri simboli significa difendere noi stessi. 

La concorrenza vera non è fra noi. È con quelle città che presentano cose modeste come se fossero uniche al mondo — e ci riescono, perché lavorano in sistema, perché praticano un campanilismo sano: quello che sostiene chi prova a emergere invece di affossarlo per invidia o per piccinerie di bottega.

Come ricordava Raffaele Viviani in versi che varrebbero come manifesto civico:
Talento ne tenimmo, avimmo ingegno: nu poco sulo ca ce sustenimmo, cunquistarrammo chillo posto degno ca, pe’ mullezza nosta, nun tenimmo.

Il talento c’è. 
L’ingegno c’è. 
La storia c’è.
Il patrimonio c’è. 

Manca soltanto quel poco di sostegno reciproco — ca ce sustenimmo — che trasformerebbe Napoli da città che subisce a città che decide. 

E forse, alla fine, è proprio questo che la vittoria — o anche solo l’affetto travolgente — verso un artista come Sal Da Vinci ci sta dicendo: che il pubblico, la gente vera, è già pronta. Aspetta soltanto che noi smettiamo di rinnegarci.

Jamm’! Vuttamm’ ‘e mmane. 

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Aiutami a cambiare la mentalità di questa città.

Se non ci aiutiamo noi, nessuno ci aiuterà.  Tutti ci denigrano. Tutti ci criticano. Nessuno mai elogerà i nostri punti di forza — se non lo facciamo noi. 

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